|
Il metodo della filosofia pratica secondo Aristotele
A cura di Enrico Berti
1. L’intento tipologico
La fisica e la metafisica sono le due "scienze teoretiche" coltivate da Aristotele, quelle che si contendono il primato ed il titolo di "sapienza" (spettante, come si potrebbe mostrare in altra sede, inizialmente alla fisica e conclusivamente alla metafisica): la terza scienza teoretica da lui riconosciuta, cioè la matematica, non fu infatti da lui coltivata direttamente, anche se fu oggetto della sua considerazione come modello del metodo rigorosamente apodittico. Dal punto di vista del metodo, la fisica e la metafisica non differiscono sostanzialmente tra di loro, in quanto praticano procedimenti di tipo prevalentemente dialettico, cioè dialogico, raggiungendo livelli più o meno alti di dimostratività, mentre si distinguono abbastanza nettamente dalla matematica, la quale invece, secondo Aristotele, segue procedimenti dimostrativi di tipo esclusivamente monologico. Un'attenta considerazione merita, dal punto di vista metodologico, la cosiddetta filosofia pratica, perché essa è stata recentemente individuata, proprio nella sua formulazione aristotelica, come espressione di una forma di razionalità diversa rispetto a quella scientifica (2).
La dizione "filosofia pratica" è stata adottata per la prima volta proprio da Aristotele, il quale, nel II libro della Metafisica—il famoso " alfa minuscolo", che qualcuno considera non autentico, ma che in realtà è solo estraneo alla serie originaria—, dichiara:
"è giusto anche chiamare la filosofia scienza della verità. Infatti della filosofia teoretica è fine la verità, di quella pratica l'opera, poiché i [filosofi] pratici, anche se indagano il modo in cui stanno le cose, non studiano la causa di per se stessa, ma in relazione a qualcosa ed ora" (1, 993b 19-23).
fonte:http://www.filosofico.net/fillo0spra4tica2194h.htm
|